Professionalità e medaglie

                                                                                              Caltanissetta 01.04.2013

 Professionalità  e medaglie

Anche le professioni hanno le loro età con le loro celebrazioni che una volta erano almeno secolari, ma oggi, che tutto è più veloce, si parla anche di cinquantennio, così mi diceva un anno addietro Egidio Marchese, presidente del mio Ordine professionale, invitandomi ad organizzare qualcosa per celebrare il mio e di altri colleghi.

Ho pure pensato al cinquantennio di mio padre e di mio nonno fino a riportandomi all’epoca di disfacimento del regno delle due Sicilie e queste tre generazioni professionali allineate e dedicate al miglioramento della vita con esperienze diverse sulla nostra terra, sulla sanità e sulla ingegneria mi hanno provocato disagio.

Ho infatti tentato di riscoprirne i pregi sono rimasto sorpreso di vedere che non ero capace di individuarne, anzi personalmente dovevo riconoscere di aver contribuito a guastare la bellezza del passato nei miei ricordi, senza quei miglioramenti che immaginavo di ottenere sulla efficacia  di uno scambio umano col territorio.

Ma anche nel paragone con chi mi avevano preceduto – come la enorme riduzione statistica della mortalità infantile ed un incremento della produzione agricola – ho visto lo sconforto per un forte ridimensionamento a fronte delle ormai evidenti e gravi trasformazioni genetiche che le hanno caratterizzate e rese possibili.

Ho anche rivolto il pensiero ai grandi fisici del novecento per verificare quel grande vuoto sul fondo del contenitore delle loro manipolazioni nucleari e non, chiamate scoperte .

Vengo perciò a scriverti, caro Presidente, che non credo in coscienza che la professione ed in particolare la nostra categoria, a dispetto dei grandi temi che i congressi continuano a celebrare,  meriti alcun premio o riconoscimento per i risultati ottenuti, anzi temo che in generale il reale scopo professionale  possa essersi dimostrato solo utile a non migliorare altro che traguardi del tutto personalistici .

Abbiamo lasciato purtroppo una poco gradevole impronta digitale sulla vita delle Città – che non abbiamo amato come noi stessi, cioè come le abbiamo trovate – laddove avremmo dovuto continuare   a sognarle sotto la spinta e la vigilanza delle nostre coscienze.

Penso oggi in sostanza che il grave errore che l’uomo ha potuto compiere, con la naturalezza di chi pone in essere “un diritto”, sia stato quello di incidere sull’andamento delle cose con una volontà tanto più violenta, quanto più potenti sono stati i mezzi di cui è riuscito a disporre.

Vorrei sapere se, condividendo che questa sia la conseguenza ovvia di una insopportabile accelerazione delle modifiche che noi ingegneri continuiamo ad operare sul mondo che ci circonda – che non si fa più in tempo ad apprezzare -, sei d’accordo anche tu su una rinuncia a medaglie al merito, almeno sino ad un prossimo congresso che abbia come tema “ Il ritrovamento del rispetto nel territorio”, cioè verso i gravi sacrifici sopportati da sempre e da ciascuno per futuri traguardi, ma soltanto se “nobilmente dedicati”.

                                                                                              Ing. Giorgio Bongiorno

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Contributo ai lavori del direttivo della D.C.

Caltanissetta 01.01.2013

Contributo ai lavori del direttivo della D.C.

            Ci siamo ormai disabituati alle profezie e così non abbiamo compreso quella dei Maja, di cosa significhi cioè il capovolgimento di un sistema di vita ormai saldato al concetto di vittoria, ricorrente dietro un Avvento speciale 12 anni dopo la svolta del duemila (un apostolo per ciascun anno).

             Parallelamente la storia dei Re Magi dall’altra parte del mondo è stata peraltro il simbolo di una rivoluzione sociale, prima ancora che iniziasse quella del Verbo di Gesù

             Noi invece qui testardi per 2000 a ripeterci la medesima lagna – …chi non vince ha fallito .. essere secondi non serve a nulla – alla faccia dello spirito Olimpico e, ciò che più rattrista, senza riflettere sul sacrificio di chi si è consegnato ad una  crocifissione con lo scopo di dimostrare agli uomini che il perdere è la vera specialità che alimenta l’anima e ci insegna come la teoria del Giuda di turno sia assolutamente priva di contenuto vitale.

             Se finora da allora è noto che i primi saranno gli ultimi, certo permane una forte incomprensione dei più per la difficoltà obiettiva di riconoscere in un nulla di fatto l’essenza vincente della passività, più che della battaglia, chiarendo così che lo scopo della vita, a partire dagli animi più sensibili, è il porgere l’altra guancia.

             Così come è difficile essere sicuri che il vento di questa liberazione  progressivamente migliorerà la vita ad un numero sempre crescente di creature e la ripresa di un cammino verso la pace interiore passerà sopra tutto in questo anno con una perdurante sensazione di sconfitta, perché la storia degli uomini sembrerà ancora appesantita da una ricerca, pur decrescente, di supremazia, prima vissuta senza interruzioni, anche sfiorando ipotetiche guerre atomiche.

             Come dire che la speranza di vincere quest’anno si è fermata nella coscienza di tutti e la vita ha bruciato il suo tempo con quello di noi titolari, che dobbiamo adeguarci alla pienezza della accettazione della sconfitta, come nuovo e sistematico traguardo politico economico e sociale.

             Occorrerà cibarsi di pane dello spirito e companatico realistico, di un inscindibile dualismo di supporto alla esistenza totale fatta di decrescente felicità materialistica, ma sapientemente alternata con una funzione crescente da una cristianità popolare secondo i canoni delle civiltà maturate ormai da centinaia di anni, insomma una fusione vitale ed alternante tra i simboli del feudalesimo e del rinascimento, rispettivamente icone della materia e dello spirito.

             Se in fondo, guardando alla politica, nel Novecento la storia dei partiti si è snodata sopravvivendo su questa traccia illuminata – tra il concetto di Liberismo e quello del Socialismo – ricerchiamo allora nel futuro un passato di questo tenore, che ben si adatti a questa profonda duplice trasformazione, coniugabile ed essenziale l’una all’alta.

             L’atto di nascita della D.C., quale autentica guida e con il suo bagaglio di saggezza, ci aiuti ad abbandonare per ciò innanzi tutto la degenerazione dell’orgoglio della vittoria e della supremazia ed a riprenderci il pensiero del dopoguerra, culla in cui fu pensata, pervasa da uno spirito già Europeo di Rinascimento Cristiano, richiamandosi accanto quello spirito di solidarietà proprio della internazionale socialista ed accostandosi ai due veri e bilanciati sostegni all’uomo comune, che aspetta da sempre un vademecum  per procedere senza paura in un cammino realisticamente popolare e giusto.

Cari auguri da Giorgio Bongiorno

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Spread e cultura rurale

                                                                                                                      Caltanissetta 13.12.2012

Spread e  cultura rurale

            Penso sia giunta l’ora di comprendere la etimologia della parola “spread”, atteso che è avviato a diventare l’icona di una “perdita esistenziale”.

            Qualcuno dice che è solo un imbroglio, molti dicono che è un indicatore importante,  altri che è essenziale, ma ormai appare a tutti come un importante imbroglio,coniato da un banchiere.

            Se consulti il vocabolario trovi che si tratta di qualcosa che si diffonde in tutte le direzioni, come una esplosione che viene alla luce, cioè che si rende visibile nella realtà celata, come un orribile traguardo che compare alla vista di noi tutti mentre gli corriamo incontro.

            Ma è solo una luce che illumina negatività, ci denuda e mostra impietosamente tutti gli errori commessi ingenuamente agli occhi di chi ci aspettava dietro l’angolo, ma non per dirci “te l’avevo detto” anzi per dirci “ora che sei arrivato cerca di comprendere che non puoi andare né indietro né avanti, devi solo abbandonare le tue abitudini e lavorare anche per noi, atteso che hai vissuto di acconti superiori di quelli che ti potevi permettere“.

            Un po’ come tutte le trappole che siamo ormai abituati a gestire con contratti telefonici,  origine di una new – economy, già resa opprimente dal puzzo della sua degenerazione precoce.

            Ma un’altra esplosione di cultura ha dato stasera, a Caltanissetta, un ben assestato colpo di spugna a queste immagini cancerogene nella gelida galleria di Palazzo Moncada.

            Una ventata di cultura calda – eufemismo voluto – ci è stata confezionata da  Giuseppe Giugno architetto, come regalo natalizio.

            La nostra storia vera è apparsa così dalla oscurità medievale e dalla oscurità dell’attuale e nuovo Medio Evo, attraverso mirate relazioni di giovani, che hanno così potuto mostrare finalmente il loro amore per la loro città, fondata sull’economia agricola ed assunta precocemente, quasi come esperimento urbanistico ma anche sociale, a valori Rinascimentali per precisa volontà di un Vicerè di Sicilia nato a Collesano, ma inzuppato di una strategica cultura Europea.

            Mi riferisco ad un evento, di natura storica, cui abbiamo avuto la fortuna di assistere, rappresentato alla fine da una stretta di mano tra un Municipio attuale (Palazzo del Carmine) ed un palazzo del ‘600 (residenza incompleta dei Moncada) che sicuramente darà buoni frutti alla nostra comunità con il sostegno della Sovraintendenza ai Beni Culturali.

            Stretta di mano sobria ma fortunatamente lontanissima da apparati politici in tutt’altre faccende affaccendati, quasi a sottolineare che a loro della storia passata presente e futura non interessa nulla. Poco male.

            Stretta di mano che invita anche ad un riesame attento a partire dal Centro Storico, fino al “contado“, da sempre vero erede e padrone di una zona rurale derivata dal Feudalesimo.

            Ciò perché tutti dobbiamo riportarci nelle pianificazioni alle origini economiche legate alla agricoltura da un feudalesimo – da cui la definizione territoriale Feudo – che in altre occasioni abbiamo avuto modo di rivalutare a fronte di una errata smembratura (piccola proprietà contadina), superata in embrione dalla attrazione Europea, legata ad uno strano urbanesimo allargato.

            Forse ci ha sempre spinto alla fuga una carenza di orgoglio, forse un forte desiderio di uscire dall’isolamento, forse di una immagine più verde dell’erba del vicino, ma sta di fatto che ci siamo dimenticati che  inversamente il vicerè Moncada aveva “visto” fin dai primi del  ‘600 questa Città proiettata nel futuro a partire dal centro di una Sicilia Mediterranea.

           Sarà perché gli è però mancato il tempo di completare la sua opera costruttiva, così come quella formativa, verosimilmente ispirata alla illuminata rivoluzione culturale di Federico II, indotto a limitarsi alla valorizzazione della sola linea costiera, ma sta di fatto che questa Città dell’interno da allora è stata lasciata ad un suo destino agricolo sempre più povero, che lo Spread oggi paradossalmente illumina negli aspetti di una compatibilità piena  verso la modernità economica più matura e profonda.

Approfittiamone!?

                                                                                      Buon Natale 2012 Ing. Giorgio Bongiorno

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Lettera aperta alla Presidenza del Consiglio dei Ministri

Caltanissetta 10.08.2012

 

Presidenza del Consiglio dei Ministri
Al Consulente economico
del primo Ministro, prof. Mario Monti.
R O M A

Inviata per posta elettronica:
” centromessaggi@ governo.it”

            Vorrei sottolineare che oggi nel nostro Paese convivono realtà in contrasto radicale tra loro, analoghe a quelle poste dalla convivenza tra industria e salute.

La legge urbanistica, ad esempio, ormai base della economia, necessita di un profondo ammodernamento, specie laddove prevede negli strumenti generali uno standard minimo di “verde pubblico” (nella misura mq. 12 per abitante), che tradotto in costi tra esproprio, sistemazione, piantumazione e manutenzione ventennale ammonterebbe almeno a 1000 (mille) euro metro quadrato/abitante e cioè 55 Miliardi ( 55 milioni ab. x 1.000) a carico dei Comuni: una chimera !!

 

Nel settore fino ad ora si è fatto poco o nulla, ma immaginiamo nel futuro oscuro cui andiamo incontro cosa potrà attuarsi senza una modifica della legge.

E’ certo che sarà impossibile assicurare ai centri abitati decoro, igiene, qualità della vita ed arredo urbano sia per i residenti che per l’accoglienza.

Immaginiamo una nazione che tende a vivere di turismo e si appresta alla privatizzazione dei beni fruibili nei centri storici che esibisca decadenza e stato di abbandono anchenel nuovo tessuto urbano.   

Un centro che si rispetti deve realmente disporre di zone verdi fruite e fruibili ma per conseguire l’obiettivo occorre un cambio di definizione che pur lasciando immutata la previsione di legge, completi la dizione di tale zona omogenea con l’inserimento delle parole “ attrezzato privato per l’uso , atta a porre a carico dei privati ogni investimento nel settore, lasciando alla loro iniziativa il reale utilizzo delle aree con l’inserimento di attrezzature anche costruttive.

Si andrebbe così alla previsione di zone di “verde attrezzato privato per l’ uso pubblico”, lasciate alla libera programmazione esecutiva, anche se sotto il controllo della P.A. in fase di progettazione, realizzo e manutenzione a mezzo concessione.

La premessa è concreta perché le Città fino ad ora hanno convissuto con la realtà della gita fuori porta in un settore come quello della salute, legato all’uso di un verde esistito solo sulla carta per mancanza di fondi, ma laddove esistente di sempre più difficile fruizione a causa di inquietanti  presenze ed accadimenti  tutt’altro che rassicuranti, comunque legati  a mancanza di adeguato controllo.

Con il controlloprivato obbligato sulla propria iniziativa di investimento e nel rispetto di una convenzione da stipulare con i consigli comunali, all’atto del rilascio di concessionirevocabili, sarebbe tutt’altra realtà urbanistica così riassumibile:

  • previsioni di piano attuate puntualmente e con i servizi fondamentali
  • patrimoni smobilitati con pratica di equità costituzionale
  • igiene ed arredo curati
  • affezione del cittadino alle Istituzioni
  • migliore accoglienza verso gli esterni
  • occupazione produttiva

Nelle aree metropolitane si potrebbe concentrare il tutto in aree grandi commerciali con parcheggi, come spontaneamente già avviene in forma speculativa, ma solo per la mancanza di previsioni generali e di progettualità esecutiva di dettaglio, mentre nei medi e piccoli comuni si potrebbe sperimentare, e poi attuare, la loro aggregazione spontanea, valorizzando e migliorando la esistente viabilità intercomunale che necessita di una urgente revisione sulla appartenenza per competenza in vista del rimpasto  provinciale, specie nelle posizioni marginali.

             In ogni caso il vero  problema sarebbe una nuova e più libera visione progettuale urbanistica calibrata ed adattata alle condizioni economiche ed ambientali.

 

Distinti saluti

Ing. Bongiorno Giorgio

 

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Il tornado nel tempo

Il semicerchio geografico della dominazione del sud mediterraneo, di cui la Sicilia ha subito il primo impatto, si estende dalla Grecia ai paesi nord Africani, alla penisola iberica meridionale e costiere a finire alla costa sud Francese a chiudere con la Savoia – Piemontese.

Una tenaglia che con la doppia mascella armata e feroce ha sgretolato la gioia di vita di una terra nata dall’abbraccio già drammatico tra la placca continentale Africana e quella Eurasiatica sulla faglia direttamente collegata con il fuoco del globo terrestre.

Un balletto durato 2.500 anni con tante facce di avidi signori della guerra che basavano i loro diritti su facili decisioni, mai avversate, prese nei tavoli lontani di Imperi rimasti sconosciuti alle popolazioni che ne subivano la scaltrezza, sempre priva del rispetto umano.

Tutte le periferie dei centri di potere sono destinate a subire la sorte dei cambiamenti politici voluti da lontano, ma è questo anche il privilegio dovuto per tenere lontana la guerra, limitandola ad un terreno di scontro interno nella fasi acute delle carestie.

I fuochi di paglia necessari per la comprensione delle necessità insorgenti dai fenomeni economici mondiali o continentali.

Unico argine, anch’esso lontano, agli albori: quelle civiltà Etrusche, Sabine, originarie di un impero Romano e poi sempre lo Stato Pontificio pronto a gestire mediazioni, con una visione spesso incompresa, tra interessi blasfemi e veri o falsi sentimenti religiosi dei comandanti di popoli resi “forti” dalla voglia costante di  dominare nei vari cicli storici.

Come fosse la logica conseguenza di una condanna alla lotta contro Satana, consigliere degli avidi, sempre accesa e mai evitabile, dentro e fuori dai suoi confini mobili, con il tornado semprelocalizzato nella storia e nella geografia del Nostro Mediterraneo, su cui si affaccia anche la terra in cui nacque il Cristo del Cattolicesimo ed il Maometto dell’Islam, ancora agitati da profonde forme di antagonismo conservatore a beneficio di nessuno.

Ma con la visione satellitare degli eventi e con la conoscenza della esperienza di cui siamo oggi dotati, anche i popoli meno agiati possono guardarsi alle spalle e comprendere certamente che è più produttiva la collaborazione dal basso, figlia dell’umiltà, sintesi dell’insegnamento evangelico e coranico , che non la lotta, figlia di un  comando esterno alle anime naturalmente violente.

 

Ebbene, la attuale esigenza della pratica di questa disciplina deriva dalla reale carestia che stiamo vivendo, oggi chiamata recessione economica, perché anch’essa è voluta da lontano ed è la nuova forza che alimenta il tornado, evitabile soltanto con la pratica della conoscenza e la cultura.

Ing. Giorgio Bongiorno

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Le nostre valli

Non è dato sapere che traffico  attraversa la fascia di  territorio che dovrebbe congiungere lo svincolo di Resuttano sull’autostrada PA-CL con le valli “lunghe” che scorrono ai piedi di una triade di paesi del Nisseno nell’estremo Nord, ma è certo che abbiamo dimenticato le sorti di questa gente che, malgrado l’isolamento cui le abbiamo condannate, continua a vivere di una realtà ignorata, ma potenzialmente in crescita.

Forse sarà il miracolo del Cristo di Bilici, che passa anche inosservato, ma è certo che per quelle contrade, da quando il transito sulla direttrice N-S della vecchia strada statale per PA si è spostato, nessuno ha pensato ad una alternativa vitale sulla direttrice E-O.

Ricordo che nell’ormai lontano Novecento comparivano molti articoli sulla stampa locale per il rilancio di questo meraviglioso crocevia di valli il cui solo esempio di vita è rimasto quello della stazione FF.SS. di Marianopoli allo sbocco della storica galleria (1885) realizzata in conci di Tufo Arenario, immersa in una oasi di verde che denunzia la vitale presenza di acqua nel sottosuolo, a dispetto dei rami morti che le alte sedi hanno decretato di potare.

Ma oggi in un bel silenzio: solo qualche orto ed il fruscio di molte canne spontanee che potrebbero con piccoli accorgimenti di natura tecnica divenire un Eden (paradiso terrestre per chi non ricorda più il termine) e per la storia nel ‘43 anche crocevia di una avanzata della fanteria dell’esercito americano prima di aprire la forchetta della conquista dell’isola in tre direzioni N-O-E, da cui nacque una dimenticata leggenda di molte vite risparmiate dopo gli accordi tra la mafia dell’epoca ed il generale Patton .

Guardando il territorio più da vicino si vedono ancora arroccate sulle colline Marianopoli (città di Maria), sede di fortificazioni Sicane, che guarda a Nord, Villalba che guarda ad Est (perciò all’alba) e Vallelunga, adagiata sulla sua valle, ma in questa nuova epoca dobbiamo ricordare anche l’operosa Valledolmo sulla direzione della valle del Platani, che raggiunge ai piedi della salita di Lercara (l’olmo è una piante che cresce bene in presenza dell’acqua) e poi tante borgate, fra cui Tudia posta tra Resuttano e la aspra valle del Leandro (Masseria Mannaro dove le carrozze cambiavano la pariglia dei cavalli sulla via di una Palermo immensamente lontana),  ricche ancora di una vita primordiale agricola, ma con grandi prospettive nella attuale visione economica.

Questo mi ha ispirato, insieme ad una sensazione di ingiusto abbandono, il percorrere in solitudine un breve tratto di strada della vecchia statale per Palermo, tra i bivii Tudia e Marianopoli, scansando enormi buche e sfiorando fattorie ancora operose, ed ho accostato questa sensazione ad una positiva speranza che i confini provinciali non creassero oltre nel tempo ostacoli alla rinascita di zone appendicolari come queste, da sempre terra che non polarizza alcun interesse esterno, ma solo se lo si guarda con occhio miope, perché è vergine ed in attesa una colta attenzione.

Siamo alla svolta del sistema provinciale ed interprovinciale tradizionale, ed allora guardiamo a queste possibilità rare di sviluppo senza tenere conto dei limiti territoriali, ma alle correlazioni spontanee tra territori omogenei, ma anche con piccole infrastrutture che aiutino a pensare in forma collettiva la vita dell’interno dell’isola più nota nel mondo.

Esasperiamo provocatoriamente con moderni progetti di accoglienza una realtà popolare ignorata e tradita da tutti, dando nuova vita alle valli, a cominciare da uno stacco etimologico delle loro denominazioni,  perchè se non ripartiamo ora, ma quando ripartiamo ??!!

Così : Villa Alba – Valle Lunga – Maria Neopoli – Valle d’Olmo – Serra del Falco – Villa Ermosa – Villa D’Oro, Valle dei Platani  ….

Ing. Giorgio Bongiorno

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Ateismo e fede

Le premesse

Questa riflessione ha radici nel bisogno di ragionare, scoprire e darsi risposte all’anima che deve navigare su un mare sempre nuovo e sempre più profondo.
Diceva Samuele Sangalli nel suo libro presentato alla Gregoriana circa due anni addietro dal titolo “Rendere ragione” che essa è paradossalmente la migliore alleata della fede, perché ci conduce sulla soglia del mistero, là dove si manifestano i “segni”.
Affermazione che Lei prof. A.Zichichi ripete da molti anni da tutte le “postazioni”, anzi devo dire che a Lei ed alla sua perseveranza, dal sapore amabile verso l’umanità con i propri limiti, ho dedicato questi sgraziati pensieri così come mi sono pervenuti dalla mia cultura approssimativa di ingegnere, nella speranza che mi si perdoni una certa sgrammaticatura scientifica.
Sarei felice di essere “corretto” dall’ Uomo che con la semplicità logica ha saputo forgiare acciaio razionale.

1. Forze di “reazione”

Sappiamo che le deformazioni di un corpo sottoposto ad uno sforzo sono la evidenza della reazione ad una azione o alla semplice forza gravitazionale applicata al Sistema -che si vuole prendere in considerazione in questo universo-, vista come tendenza al ristabilimento dell’equilibrio preesistente, nell’immediato.
Quando ad interagire sono due sistemi nell’immanente la domanda più semplice è: questo processo si consuma localisticamente come sembra?
Sappiamo soltanto che il processo turbativo si svolge su “linee d’azione delle forze in campo” alla costante ricerca del punto di composizione o di scomposizione (a seconda da dove si osserva) che perciò definiremo “virtuoso” perchè artefice della immancabile correlazione verso l’equilibrio.
Quando invece ad interagire è un solo sistema con il vuoto cosmico ed il punto virtuoso non trova applicazione realistica, intuiamo che questo deve essere mobile, anzi sensibile, a qualsiasi variazione auto indotta, che segue il “razzo”, anzi si attiva a partire dalla turbativa di un minimo palpito fino allo immane sconvolgimento di una galassia.
Perciò il cosmo è certamente correlato con tutto, di tutto ed in tutto attraverso “Lui” e diviene partecipe dei seppur minimi processi dinamici.
Se potessimo fotografarlo vedremmo che il virtuoso scorre sulla giusta linea di azione il moto, si posiziona alla distanza dovuta, per donare equilibrio al sistema, cioè tanto più distante dal punto d’applicazione dell’azione generatrice, quanto più le linee di azione delle forze in campo si avvicinano allo pseudo parallelismo.
Il parallelismo, che infatti è teorico alla stregua del “corpo rigido”, lo porterebbe invero ad agire da una posizione all’infinito (teorico punto d’incontro di rette parallele).
Nel reale possiamo invece vedere i movimenti del punto virtuoso come quello di un “cursore” che non vive di vità propria, ma è sempre pronto a posizionarsi dove necessita, perché è comunque vero che si deve sempre raggiungere una posizione di equilibrio promossa da questo incontro tra azione e reazione.
Il cursore non nasce in loco, ma è ubivalente come la mano divina, anzi proviene dalla distanza di stasi o parcheggio (quella di assenza di nuova azione o moto) che è verosimilmente diversa, come se in qualche parte tutto stesse fermo.
Fermo, tuttavia sempre in attesa del nuovo moto vitale, seppur minimo, pronto a scagliare come dardi i punti virtuosi che necessitano d’incontrarsi con l’origine della “turbativa”, proprio in quella posizione che fungerà da fulcro per il ritorno all’equilibrio originario o comunque ad altro nuovo e diverso (un po’ come una tela ed il suo ragno).

2. Il vuoto universale

In questo continuo respiro si concretizza la vita in tutto l’universo ed anche là dove esso sembrerebbe “vuoto” è un crocevia di miliardi di cursori tensionali che non si disturbano tra loro.
Potremo affermare allora che ogni sollecitazione (non importa se applicata o non) è già “in se ipsa” interattiva (come le ideali infinite sezioni di ogni corpo sollecitato o le particelle dell’acqua) e che è automatico, oltre che istantaneo, un frenetico spostamento spaziale dei cursori nei punti necessari per qualsiasi equilibrio.
La loro quantità e posizione è fluida ed indefinita, ma con i loro andamenti lasciano tracce di ogni evoluzione – potenzialmente fittissimi, ma non caotici – che descrivono solidi virtuali, come avvolgimenti di reti con nodi in convergenze puntuali.
L’universo delle interazioni, insieme a tutte le linee di forza, si deve allora immaginare come un fitto fuoco di artificio, indotto in ogni attimo allo scoccare della scintilla madre vitale – anche minima come un battito di ali della farfalla – a partire dallo stand bay (“nella posizione quasi infinita”) fino a quella legata alle variazioni prodotte, che invece ci è prossima (qui nel finito).
Semplificando il concetto con una visione piana ideale (e perciò in assenza di elasticità ) è noto che la composizione e scomposizione delle forze in equilibrio è possibile univocamente ipotizzando linee di azione parallele, ma che diversamente nel reale “elastico” la soluzione è univoca solo se le due linee di azione delle forze hanno in comune un punto d’incontro.

3. La realtà delle linee curve

Sappiamo anche che i tutti i corpi reali sono elastici e deformabili, quindi durante le interazioni del moto della azioni il parallelismo con le forze di reazione non sussiste, come in effetti non esiste più il concetto “di linea”, ma soltanto quello di “curva”.
E’ anche vero che le linee curve di azione di qualsiasi forza si devono sempre incontrare con quelle generate dalla reazione, ma se tutto ciò sembra apparenza, tale non è l’equilibrio vero che si genera “magicamente” con contributo lontano, per essere tangibile nel modo in cui permette i fenomeni della vita che per noi appaiono reali.
Nella realtà, apparente o meno, avviene infatti che più un corpo viene sottoposto a sforzo, permanendo in equilibrio elastico e quindi deformato, tanto più questo punto virtuoso “cursore” (baricentro anche delle reazioni di incontro) affonda e si avvicina al suo baricentro gravitazionale, che lo richiama e nello stesso tempo lo respinge, ma finisce con il raggiungerlo (sempre in tempo reale) al momento del “crac” (rottura).

4. Il bang

L’alieno cursore non potrà invero raggiungere il baricentro della massa del corpo sollecitato senza la rottura (altrimenti il sistema si trasformerebbe in un corpo unico), per cui l’evento, preceduto e concatenato al cedimento, diviene porta di passaggio per l’inversione del suo viaggio (dalla sua posizione o dimensione finita a quella verso l’infinito da cui proviene).
Questa fase è perciò accompagnata da un vero è proprio “bangdovuto alla inversione istantanea di moto ed all’innesco del ritorno istantaneo del cursore verso l’infinito.

Infatti è proprio in questo viaggio di ritorno del o dei cursori richiamati dall’infinito, che, sempre un tempo “0”, viene superata la velocità della luce internamente al sistema cosmo e senza limiti di spazio e direzioni assegnate.
Ciò è la riprova che l’universo è continuamente pulsante in tutte le scale dimensionali ed in tutte le direzioni e tende a contrarsi per prepararsi ad ogni istante ad innumerevoli Bang, sino ad assumere caratteristiche di un teorico punto geometrico, con distanze reciproche nulle.
Infatti la storia della accelerazione del cursore passa dallo zero prima della deformazione, si impenna al sorgere delle tensioni interne e percorre una distanza incommensurabile in tempo zero, poi scema fino a riprendere le velocità legate alla materialità (inferiori a quella della luce) per divenire adattabile al mondo della materia visibile, ma poi ancora accelera sparendo nel Bang da qualsiasi fase di interazione con la materia, nell’istante della perdita di elasticità o collasso dei corpi.
La prova di ciò si è già registrata recentemente, perché i corpi in fase di collasso tensionale liberano particelle sconosciute, come solo in un acceleratore è possibile vedere(TG Leonardo).

5. La relatività

Inversamente, come aveva già dimostrato Einstein, se noi osserviamo i corpi a partire da una loro fase di stasi, accelerarsi più o meno morbidamente fino a raggiungere la velocità della luce, li vedremo deformarsi (contrarsi insieme allo spazio che attraversano), ma vige pur sempre una piena rispondenza al principio di azione e reazione.
La deformazione del corpo reale che ovviamente tende a diselasticizzarsi per effetto della accelerazione, deve infatti bilanciare quella dello spazio che attraversa, fino ad un nuovo ipotetico Bang, irraggiungibile attracco con l’imponderabile.
Infatti solo se il corpo, che produce una azione e provoca una reazione, sarà capace di entrare nella deformazione dello spazio, superane la velocità e raggiungerlo, si potrà verificare il miracolo del cursore che rientra nell’infinito proveniente dal finito.
La sua velocità è soltanto teorica in quanto ancor più incommensurabile, come un Bang non più parziale ma totale, che si richiude utilizzando globalmente i campi di forze originari gravitazionali e magnetici.

6. L’abbandono della materia

Ma perché ciò possa avvenire la materia deve prima collassare ed abbandonare se stessa, con l’aiuto del pensiero che ricorre al serbatoio di energia che conserva fin dal momento del suo confezionamento o creazione e che continua ad ardere come in miliardi di astri, ma pur anche atomo per atomo.
Proprio come deve avvenire per il nostro viaggio dalla nascita del pensiero, che si riconosce, e ci riconosce fino al cedimento delle condizioni di stabilità tra finito ed infinito.
Noi chiamiamo questo “bang terminale ” impropriamente morte, perchè il nostro pensiero, o cursore che dir si voglia, è l’unica realtà che prima ed anche dopo può dominare lo spazio correndo istantaneamente ed indisturbato da una galassia all’altra.
Egli viene dall’infinito, percorre distanze infinite in tempo zero, può viaggiare nel finito durante vita, sottostando in “re ipsa” al principio di azione e reazione, fino alla rottura degli equilibri, che, come per il cedimento della elasticità, si riappropria dello spazio perdendo prima i pezzi pesanti che ne frenano lo slancio, espandendosi istantaneamente nel cosmo e conservandosi fino al Creatore che la accoglie se non si dissolvono.

7. La luce e l’oblio

Scrivevo qualche tempo addietro (nel novembre 2009) che proprio in questo passaggio si possono accendere o spegnere le coscienze, portandosi verso la luce o l’oblio.
La coscienza esistenziale moderna sembra avviata a dimenticare che la sua “presenza” sul globo è organizzata dai cicli biochimici dell’ossigeno, del carbonio, etc., perchè, pur allungando lo sguardo dentro la vita del cosmo, non riflette più sul fatto che essa è anche basata su quelli energetici in cui convivono infinità di “apocalissi e di stelle nove”.
Sembra voglia dimenticare anche, mentre compie il proprio ciclo, che sui primi domina il ciclo della morte, mentre sul secondo quello della luce, di cui è anche parte sostanziale e non marginale – a partire dal “fiat lux” -.
È così che anche durante vita la preghiera, il dolore ed i sentimenti di ogni tipo si proiettano fisicamente nell’infinito, con carichi anche involontari di desideri individuali, per andare a sommarsi in realtà similari in cui splendere o oscurarsi per sempre.

8. La convivenza distinta

Albert Einstein dimostrò matematicamente che il cosmo è un insieme “correlato” e, come tale, non può operare distinzioni o sommatorie autonome tra la luce e le tenebre, pur consentendone la convivenza con attrazioni tra miliardi di realtà splendenti ed oscure.
Le prime, donatrici di luce e le seconde, assetate e prive di energia o, se vogliamo, in senso biblico, creatori di continuità i primi e portatori di eterno oblio i secondi.
Scorrendo letture antiche si comprende che i pensieri semplici, ancora all’alba della conoscenza umana, celebravano questa distinzione che i pensieri complessi del mondo attuale dimenticano, quando tendono a scambiare l’utilizzo esistenziale del sapere con il fine esistenziale dell’essere.
Ascoltando spesso le parole di S. E. Cardinale G. Ravasi ho potuto rilevare ricorrenti spunti paralleli al superiore pensiero, specie nel Suo stupendo commento al frammento del libro del profeta Daniele (piccola apocalisse letta dal cap. XII), anzi per la circostanza facevo rilevare che, pur con accenni di modernità siamo sì ancorati ad una visione Biblica, tuttavia trascurando di affiancarle alle moderne teorie di fisici illuminati.

Ciò anche per esplorare come queste riflessioni possono essere efficaci su chi è portato a spiegarsi i miracoli con la scienza, laddove occorre servirsi della scienza per navigare nel miracolo immenso degli accadimenti cosmici.

Giorgio Bongiorno

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