L’orto deve essere coltivato

 

L’andamento economico non sembra dipendere, come vogliono farci credere, dai ritardi delle riforme o dalla qualità della attuale legge elettorale, ma forse da come si coltiva l’orto accanto casa o come si dice oggi dal consumo a chilometro zero.

E’ però certo che se in periferia ci lasciamo ancora condizionare dai capi che  controllano tutto attraverso i “designati”, in assenza  di dibattiti locali o nelle vuote sedi partitiche non risolveremo nulla, come non era risolutivo che le preferenze del voto si esprimessero con tre numeri o nomi o con un solo nome, ma si litigava per una posizione privilegiata nella lista o con la turbativa degli accoppiamenti.

Anche quando la indicazione riguardava i collegi uninominali si litigò per le scelte di chi dovesse rappresentarli, pur con il pericolo di perderli ed abbiamo anche visto nascere dai disaccordi di quei momenti, velleitari esperimenti esterni ai partiti di candidature e liste fai da te, spesso fallimentari.

Ieri la novità era rappresentata  dai sondaggi pre – elettorali, ma il “capo” con il loro ausilio “ha posizionato” meglio gli eletti che ha designato nell’elenco dei sostenitori personali, fino alla novità di oggi rappresentata dal rischio di “deragliamento in corsa” o più semplice ripensamento dei prescelti.

Nulla di nuovo o di scandaloso se qualcuno ha da sempre cercato di decidere nel “proprio orto”, cosa faranno gli elettori prima ed i loro rappresentanti politici dopo e se come capi “riconosciuti o auto referenti” hanno maneggiato le bussole  per orientarli.

Ma se da sempre abbiamo consentito una gestione Centrale del sistema, è assurdo che oggi  in posizione periferica continuano a vivere privi della necessaria emancipazione  con orientamenti propri ed a meravigliarci, non senza ipocrisia, di manifestare il nostro dissenso per paura della politica che ci è estranea.

Anzi, mentre riconosciamo che i nostri figli stentano a pensare da esseri liberi – se non rischiano di apparire rivoluzionari – abbiamo anche paura di investire i nostri risparmi nel territorio in cui viviamo con sensate iniziative di supporto allo sviluppo locale, anche se rappresenta la loro unica possibilità di lavoro, e girovaghiamo per le Banche – che parlano ormai solo un linguaggio “continentale” estraneo alla nostra economia – aspettando la dritta per un aumento del profitto  dell’ordine dei centesimi .

Infatti siamo ancora convinti che era più facile attendere che ogni iniziativa economica nascesse con denaro pubblico, sempre pronti a chiedere un posto per il piccolo congiunto, fiutando  “l’amico“ rigorosamente vincente, ma con la timida speranza che la “legalità e la meritocrazia” riconoscano i nostri diritti, pur con i limiti della nostra scuola e della volontà di apprendimento dei nostri ragazzi intelligenti,ma arretrati .

Oppure cerchiamo la soluzione a questa problematica, vecchia e nuova, nella formula “dell’uscita dalle prospettive esistenti ”, senza vedere che invece è in netto contrasto con nostri “programmi”: basta che siano realisticamente popolari ed originati dalle fedeli analisi locale dei bisogni collettivi.

Il territorio può sempre dare le risposte in una chiave nuova di valorizzazione del concetto di regionalismo, a patto che la formazione culturale specifica cresca di pari passo nelle vie, nei luoghi di lavoro, nelle famiglie e nei caffé, determinando nuove coscienti aggregazioni.

Alimentiamo allora lo scambio di informazioni tra le generazioni sotto la luce dell’onestà non più eludibile e vedremo sparire da molti occhi l’umiliazione qualunquista di stampo post bellico, nata dalla giusta incredulità di chi non può più accettare superate metodologie gestionali improduttive e falsamente umanitarie.

Ing.  Giorgio Bongiorno

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