Ateismo e fede

Le premesse

Questa riflessione ha radici nel bisogno di ragionare, scoprire e darsi risposte all’anima che deve navigare su un mare sempre nuovo e sempre più profondo.
Diceva Samuele Sangalli nel suo libro presentato alla Gregoriana circa due anni addietro dal titolo “Rendere ragione” che essa è paradossalmente la migliore alleata della fede, perché ci conduce sulla soglia del mistero, là dove si manifestano i “segni”.
Affermazione che Lei prof. A.Zichichi ripete da molti anni da tutte le “postazioni”, anzi devo dire che a Lei ed alla sua perseveranza, dal sapore amabile verso l’umanità con i propri limiti, ho dedicato questi sgraziati pensieri così come mi sono pervenuti dalla mia cultura approssimativa di ingegnere, nella speranza che mi si perdoni una certa sgrammaticatura scientifica.
Sarei felice di essere “corretto” dall’ Uomo che con la semplicità logica ha saputo forgiare acciaio razionale.

1. Forze di “reazione”

Sappiamo che le deformazioni di un corpo sottoposto ad uno sforzo sono la evidenza della reazione ad una azione o alla semplice forza gravitazionale applicata al Sistema -che si vuole prendere in considerazione in questo universo-, vista come tendenza al ristabilimento dell’equilibrio preesistente, nell’immediato.
Quando ad interagire sono due sistemi nell’immanente la domanda più semplice è: questo processo si consuma localisticamente come sembra?
Sappiamo soltanto che il processo turbativo si svolge su “linee d’azione delle forze in campo” alla costante ricerca del punto di composizione o di scomposizione (a seconda da dove si osserva) che perciò definiremo “virtuoso” perchè artefice della immancabile correlazione verso l’equilibrio.
Quando invece ad interagire è un solo sistema con il vuoto cosmico ed il punto virtuoso non trova applicazione realistica, intuiamo che questo deve essere mobile, anzi sensibile, a qualsiasi variazione auto indotta, che segue il “razzo”, anzi si attiva a partire dalla turbativa di un minimo palpito fino allo immane sconvolgimento di una galassia.
Perciò il cosmo è certamente correlato con tutto, di tutto ed in tutto attraverso “Lui” e diviene partecipe dei seppur minimi processi dinamici.
Se potessimo fotografarlo vedremmo che il virtuoso scorre sulla giusta linea di azione il moto, si posiziona alla distanza dovuta, per donare equilibrio al sistema, cioè tanto più distante dal punto d’applicazione dell’azione generatrice, quanto più le linee di azione delle forze in campo si avvicinano allo pseudo parallelismo.
Il parallelismo, che infatti è teorico alla stregua del “corpo rigido”, lo porterebbe invero ad agire da una posizione all’infinito (teorico punto d’incontro di rette parallele).
Nel reale possiamo invece vedere i movimenti del punto virtuoso come quello di un “cursore” che non vive di vità propria, ma è sempre pronto a posizionarsi dove necessita, perché è comunque vero che si deve sempre raggiungere una posizione di equilibrio promossa da questo incontro tra azione e reazione.
Il cursore non nasce in loco, ma è ubivalente come la mano divina, anzi proviene dalla distanza di stasi o parcheggio (quella di assenza di nuova azione o moto) che è verosimilmente diversa, come se in qualche parte tutto stesse fermo.
Fermo, tuttavia sempre in attesa del nuovo moto vitale, seppur minimo, pronto a scagliare come dardi i punti virtuosi che necessitano d’incontrarsi con l’origine della “turbativa”, proprio in quella posizione che fungerà da fulcro per il ritorno all’equilibrio originario o comunque ad altro nuovo e diverso (un po’ come una tela ed il suo ragno).

2. Il vuoto universale

In questo continuo respiro si concretizza la vita in tutto l’universo ed anche là dove esso sembrerebbe “vuoto” è un crocevia di miliardi di cursori tensionali che non si disturbano tra loro.
Potremo affermare allora che ogni sollecitazione (non importa se applicata o non) è già “in se ipsa” interattiva (come le ideali infinite sezioni di ogni corpo sollecitato o le particelle dell’acqua) e che è automatico, oltre che istantaneo, un frenetico spostamento spaziale dei cursori nei punti necessari per qualsiasi equilibrio.
La loro quantità e posizione è fluida ed indefinita, ma con i loro andamenti lasciano tracce di ogni evoluzione – potenzialmente fittissimi, ma non caotici – che descrivono solidi virtuali, come avvolgimenti di reti con nodi in convergenze puntuali.
L’universo delle interazioni, insieme a tutte le linee di forza, si deve allora immaginare come un fitto fuoco di artificio, indotto in ogni attimo allo scoccare della scintilla madre vitale – anche minima come un battito di ali della farfalla – a partire dallo stand bay (“nella posizione quasi infinita”) fino a quella legata alle variazioni prodotte, che invece ci è prossima (qui nel finito).
Semplificando il concetto con una visione piana ideale (e perciò in assenza di elasticità ) è noto che la composizione e scomposizione delle forze in equilibrio è possibile univocamente ipotizzando linee di azione parallele, ma che diversamente nel reale “elastico” la soluzione è univoca solo se le due linee di azione delle forze hanno in comune un punto d’incontro.

3. La realtà delle linee curve

Sappiamo anche che i tutti i corpi reali sono elastici e deformabili, quindi durante le interazioni del moto della azioni il parallelismo con le forze di reazione non sussiste, come in effetti non esiste più il concetto “di linea”, ma soltanto quello di “curva”.
E’ anche vero che le linee curve di azione di qualsiasi forza si devono sempre incontrare con quelle generate dalla reazione, ma se tutto ciò sembra apparenza, tale non è l’equilibrio vero che si genera “magicamente” con contributo lontano, per essere tangibile nel modo in cui permette i fenomeni della vita che per noi appaiono reali.
Nella realtà, apparente o meno, avviene infatti che più un corpo viene sottoposto a sforzo, permanendo in equilibrio elastico e quindi deformato, tanto più questo punto virtuoso “cursore” (baricentro anche delle reazioni di incontro) affonda e si avvicina al suo baricentro gravitazionale, che lo richiama e nello stesso tempo lo respinge, ma finisce con il raggiungerlo (sempre in tempo reale) al momento del “crac” (rottura).

4. Il bang

L’alieno cursore non potrà invero raggiungere il baricentro della massa del corpo sollecitato senza la rottura (altrimenti il sistema si trasformerebbe in un corpo unico), per cui l’evento, preceduto e concatenato al cedimento, diviene porta di passaggio per l’inversione del suo viaggio (dalla sua posizione o dimensione finita a quella verso l’infinito da cui proviene).
Questa fase è perciò accompagnata da un vero è proprio “bangdovuto alla inversione istantanea di moto ed all’innesco del ritorno istantaneo del cursore verso l’infinito.

Infatti è proprio in questo viaggio di ritorno del o dei cursori richiamati dall’infinito, che, sempre un tempo “0”, viene superata la velocità della luce internamente al sistema cosmo e senza limiti di spazio e direzioni assegnate.
Ciò è la riprova che l’universo è continuamente pulsante in tutte le scale dimensionali ed in tutte le direzioni e tende a contrarsi per prepararsi ad ogni istante ad innumerevoli Bang, sino ad assumere caratteristiche di un teorico punto geometrico, con distanze reciproche nulle.
Infatti la storia della accelerazione del cursore passa dallo zero prima della deformazione, si impenna al sorgere delle tensioni interne e percorre una distanza incommensurabile in tempo zero, poi scema fino a riprendere le velocità legate alla materialità (inferiori a quella della luce) per divenire adattabile al mondo della materia visibile, ma poi ancora accelera sparendo nel Bang da qualsiasi fase di interazione con la materia, nell’istante della perdita di elasticità o collasso dei corpi.
La prova di ciò si è già registrata recentemente, perché i corpi in fase di collasso tensionale liberano particelle sconosciute, come solo in un acceleratore è possibile vedere(TG Leonardo).

5. La relatività

Inversamente, come aveva già dimostrato Einstein, se noi osserviamo i corpi a partire da una loro fase di stasi, accelerarsi più o meno morbidamente fino a raggiungere la velocità della luce, li vedremo deformarsi (contrarsi insieme allo spazio che attraversano), ma vige pur sempre una piena rispondenza al principio di azione e reazione.
La deformazione del corpo reale che ovviamente tende a diselasticizzarsi per effetto della accelerazione, deve infatti bilanciare quella dello spazio che attraversa, fino ad un nuovo ipotetico Bang, irraggiungibile attracco con l’imponderabile.
Infatti solo se il corpo, che produce una azione e provoca una reazione, sarà capace di entrare nella deformazione dello spazio, superane la velocità e raggiungerlo, si potrà verificare il miracolo del cursore che rientra nell’infinito proveniente dal finito.
La sua velocità è soltanto teorica in quanto ancor più incommensurabile, come un Bang non più parziale ma totale, che si richiude utilizzando globalmente i campi di forze originari gravitazionali e magnetici.

6. L’abbandono della materia

Ma perché ciò possa avvenire la materia deve prima collassare ed abbandonare se stessa, con l’aiuto del pensiero che ricorre al serbatoio di energia che conserva fin dal momento del suo confezionamento o creazione e che continua ad ardere come in miliardi di astri, ma pur anche atomo per atomo.
Proprio come deve avvenire per il nostro viaggio dalla nascita del pensiero, che si riconosce, e ci riconosce fino al cedimento delle condizioni di stabilità tra finito ed infinito.
Noi chiamiamo questo “bang terminale ” impropriamente morte, perchè il nostro pensiero, o cursore che dir si voglia, è l’unica realtà che prima ed anche dopo può dominare lo spazio correndo istantaneamente ed indisturbato da una galassia all’altra.
Egli viene dall’infinito, percorre distanze infinite in tempo zero, può viaggiare nel finito durante vita, sottostando in “re ipsa” al principio di azione e reazione, fino alla rottura degli equilibri, che, come per il cedimento della elasticità, si riappropria dello spazio perdendo prima i pezzi pesanti che ne frenano lo slancio, espandendosi istantaneamente nel cosmo e conservandosi fino al Creatore che la accoglie se non si dissolvono.

7. La luce e l’oblio

Scrivevo qualche tempo addietro (nel novembre 2009) che proprio in questo passaggio si possono accendere o spegnere le coscienze, portandosi verso la luce o l’oblio.
La coscienza esistenziale moderna sembra avviata a dimenticare che la sua “presenza” sul globo è organizzata dai cicli biochimici dell’ossigeno, del carbonio, etc., perchè, pur allungando lo sguardo dentro la vita del cosmo, non riflette più sul fatto che essa è anche basata su quelli energetici in cui convivono infinità di “apocalissi e di stelle nove”.
Sembra voglia dimenticare anche, mentre compie il proprio ciclo, che sui primi domina il ciclo della morte, mentre sul secondo quello della luce, di cui è anche parte sostanziale e non marginale – a partire dal “fiat lux” -.
È così che anche durante vita la preghiera, il dolore ed i sentimenti di ogni tipo si proiettano fisicamente nell’infinito, con carichi anche involontari di desideri individuali, per andare a sommarsi in realtà similari in cui splendere o oscurarsi per sempre.

8. La convivenza distinta

Albert Einstein dimostrò matematicamente che il cosmo è un insieme “correlato” e, come tale, non può operare distinzioni o sommatorie autonome tra la luce e le tenebre, pur consentendone la convivenza con attrazioni tra miliardi di realtà splendenti ed oscure.
Le prime, donatrici di luce e le seconde, assetate e prive di energia o, se vogliamo, in senso biblico, creatori di continuità i primi e portatori di eterno oblio i secondi.
Scorrendo letture antiche si comprende che i pensieri semplici, ancora all’alba della conoscenza umana, celebravano questa distinzione che i pensieri complessi del mondo attuale dimenticano, quando tendono a scambiare l’utilizzo esistenziale del sapere con il fine esistenziale dell’essere.
Ascoltando spesso le parole di S. E. Cardinale G. Ravasi ho potuto rilevare ricorrenti spunti paralleli al superiore pensiero, specie nel Suo stupendo commento al frammento del libro del profeta Daniele (piccola apocalisse letta dal cap. XII), anzi per la circostanza facevo rilevare che, pur con accenni di modernità siamo sì ancorati ad una visione Biblica, tuttavia trascurando di affiancarle alle moderne teorie di fisici illuminati.

Ciò anche per esplorare come queste riflessioni possono essere efficaci su chi è portato a spiegarsi i miracoli con la scienza, laddove occorre servirsi della scienza per navigare nel miracolo immenso degli accadimenti cosmici.

Giorgio Bongiorno

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